Cos'è ElectroYou | Login Iscriviti

ElectroYou - la comunità dei professionisti del mondo elettrico

17
voti

Viaggio di lavoro... con sorpresa

Un venerdì pomeriggio come tanti, in laboratorio integrazione software. Mi fermo un po' di più, come qualche altro collega spagnolo. Quando sei "sul pezzo" non è l'ora che conta, ma lasciare tutto in uno stato consistente da cui ripartire il lunedì.

All'improvviso entrano il capo dipartimento e il capo divisione. Già immaginiamo. I problemi grossi, chissà perché, arrivano il venerdì pomeriggio, il che vuol dire che chi c'è, sarà "invitato" a tornare a lavorare (almeno) il sabato.

I capi chiamano tutti. Ci trattano come un branco di tecnici intercambiabili, dove non fa molta differenza uno o l'altro. I quattro presenti sono sufficienti alla bisogna, e non perdono il loro tempo a cercare qualcun altro, più adatto, per telefono.

"Chicos, è successo un mezzo disastro... anzi, senza mezzo... contiamo su di voi."

Salta fuori che un cliente importante ha un grosso e urgentissimo problema. Un nodo della rete di accesso a banda larga ha smesso di funzionare. I tecnici locali hanno provato di tutto ma non riparte. Bisogna organizzare una task force e andare sul posto.

Peggio del previsto. Andare sul campo spesso fa solo perdere tempo, a cominciare dal ritardo aggiunto dal viaggio. Tanti problemi si possono sistemare in remoto. Ma far vedere a un cliente che lo ascoltiamo e andiamo subito da lui, per certi responsabili non ha prezzo.

Alle task force, nell'intento di motivare i tecnici, si danno nomi fantasiosi di animali poderosi: così come ci sono state la "Tiger task force" e la "Eagle task force"... ecco, questa sarà la "Mammuth task force". Il mammuth: un animale fortissimo e resistente, ancorché lento, ed estintosi per non essere più adatto all'ambiente. Non sembra un buon nome, ma così ha scelto il capo dipartimento, e nessuno ha voglia di fargli notare questa inezia.

MammuthTaskForce.png

MammuthTaskForce.png

Speriamo almeno di non dover andare lontano.

Nuria, la segretaria, rintracciata a casa, parla in viva voce dal cellulare del capo divisione: "C'è un volo domani alle 7 da Madrid Terminal 4 per Istanbul. Quando siete lì, andate allo sportello dell'Aeroflot e vi fanno i visti e i biglietti. Mi spiace ragazzi, non ci sono voli diretti."

"Ma dove dobbiamo andare, in Siberia???" chiede preoccupato Pedro, ricordando il mammuth.

"No no, tranquilli. A Mosca."

Beh... dietro l'angolo. Il viaggio occupa tutto il sabato.

Mosca, domenica mattina. Dall'hotel ci portiamo sul posto in taxi.

I tecnici locali ci ricevono. Scendiamo alcuni piani sotto terra, dove sono le apparecchiature della centrale di telecomunicazioni. Sono posti un po' squallidi, sempre senza finestre per motivi di sicurezza, anche quando sono fuori terra. File e file di rack metallici pieni di schede, raggiunti da grossi cavi e fasci di fibre ottiche. Ronzío di ventole, aria condizionata (è per le apparecchiature, non per noi umani).

PiazzaRossa.jpg

PiazzaRossa.jpg

Quella solida costruzione risale al periodo sovietico, che è quando devono aver ridipinto le pareti per l'ultima volta. L'illuminazione è fatiscente, luce fredda dai pochi tubi fluorescenti che ancora funzionano. La manutenzione è evidentemente carente.

Le apparecchiature inizialmente riempivano quasi tutto l'edificio, ma poi col passaggio dall'elettromeccanica all'elettronica digitale, le dimensioni si sono ridotte e adesso occupano solo quel piano sotterraneo.

A Madrid è successo lo stesso. La prima grande centrale telefonica automatica della città occupava buona parte di un elegante edificio della Gran Vía. Ora, con molta più potenza, si trova in un piano interrato e gli spazi sgomberati sono un museo delle telecomunicazioni.

Quell'edificio di Mosca in pieno centro, invece, è piuttosto anonimo. Yuri, tecnico locale, non sa per cosa sono utilizzati i piani superiori (o preferisce non dircelo).

Ci mettiamo sul pezzo. Yuri e gli altri russi, ingegneri freschi di laurea, non sono di grande aiuto. Hanno ancora poca esperienza.

Juan trova un problema sui dati di configurazione. Ci mettiamo ad aiutarlo, popoliamo i dati mancanti, se ne va un'ora...

Niente, il nodo non riparte. Altro problema, poi un'altro ancora.

Alla fine scopriamo che tutta la configurazione è sbagliata. È quella provvisoria, caricata prima della spedizione. Come è possibile che prima il nodo funzionasse?

"Hanno configurato tutto in RAM e non l'hanno salvato sulla flash" ipotizzo. "Uno sbalzo sull'alimentazione ha causato un reboot, e il nodo non è più ripartito."

Esterno il mio disappunto ai colleghi spagnoli, sicuro di non essere capito dai russi:

"Non hanno salvato, non hanno neanche un backup... tutto di fretta hanno fatto, direttamente sul pezzo. E questi nuovi non sanno fare la configurazione, non hanno seguito il corso... ma che disorganizzati questi russi, è incredibile, devono far venire noi dalla Spagna per cose che dovrebbero saper fare loro..."

Gli spagnoli restano muti. Capisco che devo avere più pazienza.

"Yuri, chi ha fatto la prima configurazione?"

"Sergei..."

"Puoi chiamarlo?"

"No" risponde Yuri con aria sconsolata. "Non si può chiamarlo. Non più."

"Ma è..."

"È morto" conferma Yuri.

"Oh... mi dispiace."

Ritento:

"C'è qualcuno che ha lavorato con lui?"

"Io. Sono l'unico rimasto, che ha lavorato con Sergei" risponde Yuri.

"E... gli altri?"

Yuri mi sbatte in faccia la realtà:

"Hanno fatto la stessa fine di Sergei... in Ucraina."

"Ohh... mi spiace... è terribile."

Ci mettiamo a testa bassa a rifare il lavoro di Sergei. I russi rinvengono i suoi appunti in cirillico, che si rivelano di grande utilità. Ci aiutano a identificare le parti che ci servono e le traducono. È l'aiuto postumo di Sergei. Capiamo che era un tecnico davvero in gamba.

Nel pomeriggio finiamo la configurazione, salviamo tutto, backup, reboot... Il nodo riparte. Facciamo qualche prova, funziona tutto.

Rimettiamo il nodo in rete, riparte il traffico. Nessun messaggio d'errore, nessun problema.

È fatta.

Complimenti a Sergei. Aveva fatto un buon lavoro, ma non l'aveva terminato perché con gli altri era dovuto partire in fretta per la guerra. A quel dovere imposto dall'alto non sono potuti scappare. Non è importato chi erano o il lavoro che facevano. Servivano soldati, serviva fare numero. Salvo poi accorgersi che le cose senza di loro non funzionano, e bisogna chiamare altri tecnici dall'estero, dall'occidente.

Erano rimasti sul pezzo fino all'ultimo. E poi di corsa, a ubbidire e a morire. Quel guasto non è stata colpa loro. Mi pento della mia esternazione della mattina. Che brutta cosa, che cieca è la guerra e chi la comanda.

La sera vorrei fare un giretto a prendere aria, dopo tutto il giorno passato lì sotto. Sono un po' claustrofobo, devo recuperare. Ma mentre terminiamo di raccogliere le nostre cose, arriva il responsabile del gruppo.

"Un momento, un momento... non andate. Ha telefonato... ha telefonato Putin... vi invita a cena stasera. Vuole conoscervi."

"Ehh? È uno scherzo, vero?"

Ma il responsabile è serio:

"Un'invito così non si può rifiutare. Vi consiglio di andare..."

Yuri sbianca in volto e mi prende in disparte.

"Non ditegli... non ditegli che dovevamo risolvere il problema per conto nostro... se no, è capace di spedire al fronte anche noi..."

Tutti sotto tensione, gli spagnoli e io ci chiediamo che cosa mai potrà volere Putin da noi.

Poi capiamo la funzione di quel nodo. Serve il Cremlino, che è a due passi. Dà connettività internet, e non solo. Putin è tornato a fare le videoconferenze in alta definizione coi suoi generali.

"Bel favore abbiamo fatto agli ucraini" commenta José.

"Eh, mica ce le dicono, queste cose". Anche noi ubbidiamo a chi ci comanda, siamo pedine inconsapevoli.

"Io credo che Putin è rimasto a corto di tecnici. Ha visto che gli abbiamo risolto in fretta il problema, e vorrà proporci di restare qui a lavorare per lui" ipotizza Juan. E aggiunge: "Ma io sto bene a casa mia".

Ci dirigiamo a piedi all'indirizzo indicato. È un'entrata di servizio del complesso del Cremlino.

Suoniamo il campanello. Rispondono in russo.

"Dinner with Vlad" dico, seguendo le istruzioni.

"Cena con Vlad": una parola d'ordine assurda, ridicola nella sua banalità. Ma, forse per questo, più sicura.

Delle guardie in strada ci stanno osservando. Passano lunghi secondi.

"Era uno scherzo. Adesso ci arrestano" bisbiglia Pedro.

Invece la porta si apre. Ci fanno entrare.

Identificazione, scanner di sicurezza: siamo puliti. Due guardie ci accompagnano. Sembrano abituate a queste visite: Putin ogni tanto invita qualche plebeo alla sua tavola, per avere informazioni di prima mano e non filtrate. Da un cortile entriamo in un edificio, passiamo per vari corridoi, e arriviamo a un anonimo montacarichi.

Entriamo, e poi giù... Oh no, ancora sotto terra... Cambio montacarichi. Scendiamo ancora, tantissimo, decine di piani. Nei timpani si avverte il cambio di pressione. È un bunker di massima sicurezza. Siamo impressionati, e ci sentiamo sempre più in trappola.

Finalmente il montacarichi si ferma. "Seconda porta a destra, prendete i vassoi e servitevi" ci dicono le guardie prima di andarsene.

Entriamo e ci troviamo in una mensa self-service, un po' spartana, ma molto pulita e ordinata.

Prendiamo i vassoi, le posate, i piatti... C'è solo un signore col camice bianco che, dietro il bancone, da una grande pirofila taglia le porzioni di qualcosa di bianco.

"Sarà una specialità russa" penso, pregustando finalmente la cena. Ho una certa fame.

Pedro, il primo della fila, porge il suo piatto, il signore si gira e vediamo che è... Putin in persona.

Carenza di personale anche qui?

Poi penso: "Ha voluto riceverci così, in una mensa. Ci serve il pasto per metterci a nostro agio."

Col suo mezzo sorriso enigmatico Putin restituisce a Pedro il piatto, con un'abbondante porzione di quella specialità. Fa lo stesso con Juan, poi è il mio turno.

Putin taglia un pezzo piccolo piccolo, lo mette nel mio piatto e dice:

"You don't deserve more than this". Tu non meriti più di questo.

Resto allibito e sconcertato. Mi rendo conto che, qualsiasi cosa io possa dire, può aggravare la mia situazione. In questi casi, meglio star zitto.

No, il metterci a nostro agio non rientra tra i suoi obiettivi.

Perché Putin ce l'ha con me? Sicuramente perché mentre lavoravo oggi, ho esternato il mio disappunto e ho detto che i russi erano disorganizzati.

E anche se l'ho detto in spagnolo, lui è venuto a saperlo... come ha fatto? Cavolo, anche queste bazzecole... non gli scappa niente! E vuole che io lo sappia.

Poi penso con inquietudine: finisce qui la punizione o no? Ma siamo sicuri che non sia un boccone avvelenato? Tra digiunare e mangiare questo assaggio non c'è quasi differenza. Ma se non lo mangio, potrebbe considerarlo un affronto.

Non ho scelta: mi toccherà mangiarlo. Aiuto!

"Guido, cosa c'è?"

"Oh... niente cara, ho fatto un sogno... un incubo direi. Ma... oggi è venerdì!"

"Cosa stai facendo?"

"Mi alzo e mi metto a lavorare. A telelavorare."

"Ma sono le sei!"

"Appunto, prima comincio e prima finisco. Poi spengo il telefono e non ci sono più per nessuno."

8

Commenti e note

Inserisci un commento

di ,

Scusate, era una risposta al post di WALTERmwp, ho sbagliato io a non cliccare su rispondi.

Rispondi

di ,

Avrebbe potuto andargli peggio. Avrebbero potuto invitarli a giocare una partita di scacchi. Ed avrebbero potuto fargli fare i "pezzi viventi" (cioe', "viventi" finche' un pezzo avversario non li mangiava :) )

Rispondi

di ,

Grazie a tutti! Il primo a esserci cascato sono io, sembrava tutto vero :-O Tra vecchi ricordi e attualità, il mio inconscio ha partorito questo "viaggio" metaforico, da cui non so se c'è stato un ritorno. Spero solo che un po' di potenti mettano la testa a posto...

Rispondi

di ,

Bello! Mi preoccupa il fatto che fidandomi dell'autorevolezza dell'autore ci sono cascato fino alla sestultima riga ahahahhh Sono preda facile dell'informazione di regime :-)

Rispondi

di ,

Gran bel racconto Guido, complimenti per lo stile e l'eloquio! Molto piacevole, fa riflettere.

Rispondi

di ,

Adoro queste storie... Bravo, complimenti!

Rispondi

di ,

Bello! All'inizio ci sono caduto. Hai saputo creare una suspence adeguata. Come ha osservato Walter chissà come sarebbe continuato il sogno se ti fossi svegliato un po' più tardi! ;-) Grazie!

Rispondi

di ,

Son convinto che i sogni rivelino più di quel che al mattino ricordiamo e proviamo a razionalizzare. @GuidoB, mi sa che ti sei svegliato troppo presto: ti sei perso la partita di Risiko alla quale dopo cena vi avrebbe "invitati". Chissà quali obiettivi avreste sorteggiato ...

Rispondi

Inserisci un commento

Per inserire commenti è necessario iscriversi ad ElectroYou. Se sei già iscritto, effettua il login.